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Cinema e Tv
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La Tigre ed il Dragone (2000)
“I
Dragoni sono dotati di un potere magico che viene loro concesso
da Buddha e che li fa venerare in tutta la Cina. Venerare e
temere ad un tempo, giacché i Dragoni sono capaci di assumere
tutte le forme che vogliono e di diventare successivamente, in
pochi minuti, gallo e grano di miglio, signore di bell’aspetto o
di alta montagna. Come, d’altra parte, possono fare tutti i
maghi e stregoni di tutte le leggende.”
“Il dono del Dragone”, antica leggenda cinese.
Ang Lee non è
esattamente il regista che vi aspettereste di vedere dietro la
macchina da presa di un film di arti marziali. In realtà, però,
il taiwanese ha avuto una carriera cinematografica estremamente
eclettica. Quando ancora lavorava all’est ha diretto “Mangiare
bere uomo donna” e “Banchetto di nozze”, quindi si è trasferito
nei pressi delle colline di Santa Monica per dirigere “Ragione e
Sentimento”, “Tempesta di Ghiaccio” e “Cavalcando col diavolo”.
Una cosa, però, unisce tutte queste pellicole: il tocco
orientale della regia. Che non vuol dire immobilità della
macchina da presa e povertà delle scene, ma eleganza nei
movimenti degli attori e delicatezza nel riprenderli.
Li Mu Bai è
forse il più grande guerriero taoista della sua epoca, ma ora ha
deciso di abbandonare quella via per
seguirne un altra. Affida quindi la sua splendida spada, il
“Destino Verde”, alla donna che ama segretamente da anni, Shu
Lien, chiedendole di consegnarla al vecchio aristocratico Sir
Te. La prima sera, però, la spada viene rubata, e del furto
viene accusata Volpe di Giada, colei che ha assassinato il
maestro di Li Mu Bai.
“Crouching
Tiger, Hidden Dragon” non è un film di arti marziali alla
Bruce
Lee, semmai è un film sull’arte marziale, sull’arte della guerra
vera e propria, sull’importanza della tecnica di combattimento e
dei suoi segreti. Come ambientazione e situazioni, invece, la
pietra di paragone è lo straordinario “Storie di Fantasmi
Cinesi”. Anche qui è pieno di magia e di gente che vola, di
amore tormentato e di leggende. Il tutto condito da quel pizzico
di spirito hollywoodiano che il regista ha portato a casa dal
suo soggiorno statunitense. E forse è stata proprio la
preoccupazione di riuscire a rendere il film appetibile sia ai
palati orientali che a quelli occidentali a convincere Ang Lee a
scegliere come protagonisti due (comunque bravi) attori noti
anche a noi gente del Caucaso: Chow Yun-Fat (ottomila film di
John Woo e “Costretti a uccidere”) e
Michelle Yeoh (vista prima
al fianco di Jackie Chan poi di Pierce Brosnan). Tutto il cast
sembra offrire una buona prova, anche se il fatto che il film
sia stato recitato in lingua mandarina rende praticamente
impossibile qualunque confronto.
Le
scene di combattimento sfruttano la tecnica cosiddetta “Ware-Fu”,
portata agli occhi di noi occidentali da Jet Li: attori legati a
funi che li sollevano da terra permettendo loro di fare
evoluzioni altrimenti possibili solo a Superman. E infatti le
coreografie, curate da Yuen Wo-Ping, già responsabile di quelle
di “Matrix”, ci mostrano i personaggi correre tranquillamente
lungo i muri, combattere sulle cime degli alberi e tuffarsi di
testa dal tetto di un palazzo. “Ma che boiata”, direte voi.
L’avesse fatto un occidentale sarebbe sicuramente stato così, ma
inserite nell’ambientazione della Cina del 19° secolo, e
sorrette da questo tipo di storia, queste scene appaiono
perfettamente credibili. Ma non sempre del tutto convincenti.
Questo non tanto per via dell’inesperienza di Ang Lee in questo
tipo di film, quanto per la poca conoscenza delle arti marziali
che hanno gli attori, cosa che ha costretto a sequenze
accelerate e a molti piani stretti. Molto bello, però, il
combattimento tra le due donne verso la fine del film, non a
caso finalmente ripreso da relativamente lontano, in modo da
farci apprezzare i movimenti coreografici.
Tratta
da un racconto popolare cinese, la sceneggiatura scritta da Wang
Hui Ling, Tsai Koo Jung e James Schamus fatica a creare
un’atmosfera pienamente convincente, ma mette in scena dei
personaggi estremamente vivi ed interessanti, e racconta
benissimo la storia d’amore tra i due protagonisti. Peccato che
il ritmo del film (già a tratti blando per via della lentezza
con la quale i dialoghi sono recitati) venga brutalmente
spezzato dal lungo flashback con Nuvola Nera, che interrompe la
continuità della storia ed in fondo aggiunge poco. Brutte le
musiche, troppo slegate dalle immagini e che riescono quasi
sempre a nascondere il magico violoncello di Yo-Yo Ma. Pessima
invece la fotografia, che non riesce mai (ma proprio mai!) a
rendere visivamente belli gli splendidi paesaggi naturali della
Cina. Il risultato finale è un film che grazie proprio a quel
suo tocco occidentale verrà probabilmente adorato da chi non ha
mai visto pellicole di questo genere, ma che probabilmente non
sembrerà poi un capolavoro a quelli che già conoscono il
wuxiapian.
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