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Filosofia
Siddharta Gautama, il Buddha
Contrariamente a quanto si pensa, con
il nome Buddha non viene indicata soltanto una divinità, ma anche una
persona realmente esistita di cui conosciamo le date e i luoghi di nascita
e di morte. Il vero nome del Buddha era Siddharta Gautama, ma più tardi,
dal nome del suo clan, venne chiamato Sakyamuni, ovvero "il saggio
dei Sâkya", un maestro religioso che nacque nel Nepal, a Kapilavastu
nel 565 a.C. da una famiglia
principesca della tribù ariana dei Sâkyae e
che morì a Kusinagara nel 486 a.C.
Discendente dalla nobile e ricca
famiglia Sakya, Siddharta visse nel palazzo di suo padre e ricevette
un’educazione adeguata al suo rango. Sposò una nobile fanciulla dalla
quale ebbe un figlio e fino all’età di 29 anni la sua vita fu quella
comune ai giovani aristocratici del tempo. Ma a trent'anni, Siddharta,
affrontò una profonda riflessione sui mali del mondo: la povertà, la
vecchiaia, la malattia e la morte e fu totalmente assorbito dal problema
del dolore.
La leggenda narra che, malgrado le
precauzioni del padre, il quale voleva che a suo figlio fossero evitate le
impressioni deprimenti, il destino o la volontà degli dèi fece sì che,
in breve tempo, gli si parassero davanti dapprima un vecchio decrepito,
quindi un malato, poi un morto e un asceta consumato dalle astinenze. Nei
quattro personaggi della leggenda vediamo simboleggiati i mali maggiori
dell’umanità: la decrepitezza, la malattia, la morte, la sofferenza
(anche quella volontaria).
I suoi ragionamenti lo portarono ad
abbandonare le ricchezze familiari e a diventare un monaco errante alla
ricerca di una via per la salvezza. Dapprima si fece discepolo di due
brahmani asceti, i quali lo istruirono nella loro dottrina e nelle loro
discipline; poi si ritirò con cinque compagni in una foresta e iniziò
una lunga serie di digiuni severi, di esercizi di meditazione e di
mortificazioni tremende. Ma né l’insegnamento delle Upanishad né le
mortificazioni ascetiche lo soddisfecero. Gli parve che, a curare i mali
dell’uomo, non valessero né le interminabili disquisizioni dei filosofi
né le crudeli macerazioni ascetiche, valide tutt’al più a ingenerare,
assieme alla debolezza del corpo, anche la stanchezza dello spirito.
Decise allora di abbandonare i compagni, per tentare tutto solo un’altra
strada, quella della contemplazione e della meditazione silenziosa. La
leggenda narra che, durante questa nuova esperienza, Gautama fu più volte
assalito da Mara, lo spirito del male, che invano cercò di farlo recedere
dalla sua decisione. Questo particolare leggendario, sottolinea che il
travaglio interiore di Gautama non fu privo di tentennamenti e di prove:
solo dopo una strenua lotta spirituale egli riuscì ad abbandonare le
vecchie credenze e a cercare metodi nuovi. Finalmente, all’età di circa
35 anni, Gautama raggiunse il suo "Risveglio", L’illuminazione
personale, la Bodhi, e divenne così il Buddha, l’illuminato, il Ridesto
e decise di condividere il frutto della saggezza conquistata con il resto
dell'umanità, dedicò infatti il resto della sua vita alla predicazione
viaggiando come monaco mendicante lungo la pianura mediorientale del
Gange. Nella città di Benares tenne il suo primo sermone sulle
"quattro nobili verità" che aveva intuito nella Illuminazione.
Il sermone gli attirò i primi cinque discepoli, che costituirono il
nucleo iniziale della Comunità. Da quel momento il Buddha non si concesse
requie: per 45 anni percorse tutta l’India, annunziando il
"suo" messaggio di salvezza con la parola e con l’esempio. Morì
all’età di 80 anni, lasciando una Comunità già largamente sviluppata.
Dopo la sua morte Siddharta venne
deificato, ma se ci basiamo su quanto riportato nelle sue biografie più
antiche, egli non era né diceva di essere un dio ma semplicemente un uomo
che attraverso la riflessione era riuscito a trovare la via della
salvezza, cioè era riuscito a spezzare la ruota del samsàra.
Solo successivamente furono attribuiti alla sua storia eventi
soprannaturali che contribuirono a rendere la sua figura oggetto di culto
per un'innumerevole schiera di fedeli.
Il culto del Buddha andò via via
producendo una vera e propria deificazione che portò la scuola Buddista
Mahasanghika a indicare nella figura di Siddharta una manifestazione
terrena del Buddha-divinità, venuto tra gli uomini per indicare loro la
via della salvezza. A questa concezione si aggiunse poi quella del
Maitreya (il Buddha futuro), quella che attribuiva a Siddharta dei
predecessori, e quella della scuola del Buddhismo settentrionale (mahayana)
per la quale è esistito ed esisterà un Buddha per ognuno dei mondi
possibili. A ben vedere, queste concezioni del Buddha come entità divina
è onnipresente e svolgono un'importante funzione dato che grazie ad esse
la "Buddhità", l'illuminazione e quindi la salvezza dai mali
del Mondo, sono un bene a disposizione di tutti perchè in ogni mondo e in
ogni tempo vi è un Buddha capace di mostrare la giusta via a chi lo
ascolta.
Grazie alla tradizione
Buddhista Birmana e a quella Cingalese, nel I secolo a.C. vennero raccolti
i "Discorsi del Buddha", prima di allora affidati alla
trasmissione orale. Nei "Discorsi", il Buddha risponde alle
domande delle persone che lo avevano incontrato durante il suo
peregrinare. Attraverso esempi, massime, poesie e canzoni egli indica la
via della salvezza: solo rinunciando alle ricchezze materiali, alle
distrazioni mondane e praticando la meditazione e l'ascetismo, gli uomini
potranno liberarsi dalla schiavitù del dolore. Per far questo, però, gli
uomini dovranno attraversare la "via di mezzo" in cui la
salvezza potrà essere raggiunta attraverso l'eliminazione di ogni
desiderio.
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