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Aggiornato il: 23/01/2010
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Filosofia

Siddharta Gautama, il Buddha

Contrariamente a quanto si pensa, con il nome Buddha non viene indicata soltanto una divinità, ma anche una persona realmente esistita di cui conosciamo le date e i luoghi di nascita e di morte. Il vero nome del Buddha era Siddharta Gautama, ma più tardi, dal nome del suo clan, venne chiamato Sakyamuni, ovvero "il saggio dei Sâkya", un maestro religioso che nacque nel Nepal, a Kapilavastu nel 565 a.C. da una famiglia principesca della tribù ariana dei Sâkyae e che morì a Kusinagara nel 486 a.C.

Discendente dalla nobile e ricca famiglia Sakya, Siddharta visse nel palazzo di suo padre e ricevette un’educazione adeguata al suo rango. Sposò una nobile fanciulla dalla quale ebbe un figlio e fino all’età di 29 anni la sua vita fu quella comune ai giovani aristocratici del tempo. Ma a trent'anni, Siddharta, affrontò una profonda riflessione sui mali del mondo: la povertà, la vecchiaia, la malattia e la morte e fu totalmente assorbito dal problema del dolore.

La leggenda narra che, malgrado le precauzioni del padre, il quale voleva che a suo figlio fossero evitate le impressioni deprimenti, il destino o la volontà degli dèi fece sì che, in breve tempo, gli si parassero davanti dapprima un vecchio decrepito, quindi un malato, poi un morto e un asceta consumato dalle astinenze. Nei quattro personaggi della leggenda vediamo simboleggiati i mali maggiori dell’umanità: la decrepitezza, la malattia, la morte, la sofferenza (anche quella volontaria).

I suoi ragionamenti lo portarono ad abbandonare le ricchezze familiari e a diventare un monaco errante alla ricerca di una via per la salvezza. Dapprima si fece discepolo di due brahmani asceti, i quali lo istruirono nella loro dottrina e nelle loro discipline; poi si ritirò con cinque compagni in una foresta e iniziò una lunga serie di digiuni severi, di esercizi di meditazione e di mortificazioni tremende. Ma né l’insegnamento delle Upanishad né le mortificazioni ascetiche lo soddisfecero. Gli parve che, a curare i mali dell’uomo, non valessero né le interminabili disquisizioni dei filosofi né le crudeli macerazioni ascetiche, valide tutt’al più a ingenerare, assieme alla debolezza del corpo, anche la stanchezza dello spirito. Decise allora di abbandonare i compagni, per tentare tutto solo un’altra strada, quella della contemplazione e della meditazione silenziosa. La leggenda narra che, durante questa nuova esperienza, Gautama fu più volte assalito da Mara, lo spirito del male, che invano cercò di farlo recedere dalla sua decisione. Questo particolare leggendario, sottolinea che il travaglio interiore di Gautama non fu privo di tentennamenti e di prove: solo dopo una strenua lotta spirituale egli riuscì ad abbandonare le vecchie credenze e a cercare metodi nuovi. Finalmente, all’età di circa 35 anni, Gautama raggiunse il suo "Risveglio", L’illuminazione personale, la Bodhi, e divenne così il Buddha, l’illuminato, il Ridesto e decise di condividere il frutto della saggezza conquistata con il resto dell'umanità, dedicò infatti il resto della sua vita alla predicazione viaggiando come monaco mendicante lungo la pianura mediorientale del Gange. Nella città di Benares tenne il suo primo sermone sulle "quattro nobili verità" che aveva intuito nella Illuminazione. Il sermone gli attirò i primi cinque discepoli, che costituirono il nucleo iniziale della Comunità. Da quel momento il Buddha non si concesse requie: per 45 anni percorse tutta l’India, annunziando il "suo" messaggio di salvezza con la parola e con l’esempio. Morì all’età di 80 anni, lasciando una Comunità già largamente sviluppata.

Dopo la sua morte Siddharta venne deificato, ma se ci basiamo su quanto riportato nelle sue biografie più antiche, egli non era né diceva di essere un dio ma semplicemente un uomo che attraverso la riflessione era riuscito a trovare la via della salvezza, cioè era riuscito a spezzare la ruota del samsàra.
Solo successivamente furono attribuiti alla sua storia eventi soprannaturali che contribuirono a rendere la sua figura oggetto di culto per un'innumerevole schiera di fedeli.

Il culto del Buddha andò via via producendo una vera e propria deificazione che portò la scuola Buddista Mahasanghika a indicare nella figura di Siddharta una manifestazione terrena del Buddha-divinità, venuto tra gli uomini per indicare loro la via della salvezza. A questa concezione si aggiunse poi quella del Maitreya (il Buddha futuro), quella che attribuiva a Siddharta dei predecessori, e quella della scuola del Buddhismo settentrionale (mahayana) per la quale è esistito ed esisterà un Buddha per ognuno dei mondi possibili. A ben vedere, queste concezioni del Buddha come entità divina è onnipresente e svolgono un'importante funzione dato che grazie ad esse la "Buddhità", l'illuminazione e quindi la salvezza dai mali del Mondo, sono un bene a disposizione di tutti perchè in ogni mondo e in ogni tempo vi è un Buddha capace di mostrare la giusta via a chi lo ascolta.

Grazie alla tradizione Buddhista Birmana e a quella Cingalese, nel I secolo a.C. vennero raccolti i "Discorsi del Buddha", prima di allora affidati alla trasmissione orale. Nei "Discorsi", il Buddha risponde alle domande delle persone che lo avevano incontrato durante il suo peregrinare. Attraverso esempi, massime, poesie e canzoni egli indica la via della salvezza: solo rinunciando alle ricchezze materiali, alle distrazioni mondane e praticando la meditazione e l'ascetismo, gli uomini potranno liberarsi dalla schiavitù del dolore. Per far questo, però, gli uomini dovranno attraversare la "via di mezzo" in cui la salvezza potrà essere raggiunta attraverso l'eliminazione di ogni desiderio.

 
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