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Filosofia
India al Tempo del Buddha
Tra il VIII e il V secolo a.C.
l’India attraversò una profonda crisi religiosa. Due forze, diverse
nella loro origine e nella loro natura, concordavano nello scuotere
l’antico tronco del Brahmanesimo: la rivoluzione dottrinale capeggiata
dagli Ksatriya e la pressione dei culti e delle credenze popolari, che
aspiravano a ricevere il crisma dell’ortodossia da parte
dell’aristocratica religione ufficiale. Gli Ksatriya opponevano alla
dottrina del Brahman, forza universale indefinita e indefinibile, la
meditazione d’una realtà più immediata, il "sé", l’Atman,
e contro lo strapotere ritualistico della casta sacerdotale, che aveva
distorto in atto di magia l’azione sacrificale, cercavano
nell’interiorità di ciascuno l’alimento e la radice stessa della vita
religiosa.
La casta brahmanica riuscì a conciliare la
dottrina del Brahman con quella dell’Atman, identificando l’Assoluto
nel Brahman-Atman, ma questa identificazione diede nuove dimensioni al
problema escatologico:
Se, nella sua essenza, l’Atman è
identico al Brahman, perché se ne distacca, diventando così principio
vitale dell’individuo? E in quanto principio vitale dell’individuo,
che cos’è l’Atman? Quale ne è il destino dopo la morte? Si afferma
che l’Atman individuale tende naturalmente a ricongiungersi al Brahman,
dal quale ha avuto origine; ebbene, dopo la morte, l’Atman realizza
sempre questo ricongiungimento? E lo realizza sempre, come si spiega il
sorgere di nuove vite? Se non sempre lo realizza, se anzi la maggior parte
degli Atman individuali resta incatenata alla realtà fenomenica, che cosa
li tiene lontano dal loro scopo finale? Quale forza li spinge a dar
origine a nuove vite?
Le risposte a questi
interrogativi furono trovate nell’antichissima credenza non ariana del
samsâra, il ciclo senza fine delle nascite, delle morti e delle
rinascite. La forza che incatena l’Atman al samsâra è il karman,
l’effetto di ogni atto, di ogni pensiero, buono o cattivo, consapevole e
inconsapevole, di cui l’individuo deve rendere conto. Solo dopo
l’estinzione dei karman l’anima può evadere dal ciclo delle
rinascite.
Le leggi del karman e
del samsâra entrano, così, nel credo dei Brahmanesimo accanto
all’accettazione dell’autorità dei Veda e del sistema sociale delle
caste. Intanto una grande rivoluzione è avvenuta: il centro di gravità
della religione indiana si è spostato da Dio all’uomo. Di conseguenza,
le preoccupazioni metafisiche vengono sommerse da quelle escatologiche.
Mentre il divino sfuma nelle astrattezze del Brahman-Atman, s’impone con
drammatica urgenza il problema del dolore, della sofferenza e del destino
individuale dell’uomo. La vita è dolore, e questo dolore si rinnova
infinitamente nelle successive rinascite. Di qui l’aspirazione a
spezzare il cerchio dei samsâra. La ricerca d’una via di salvezza, che
assicuri la liberazione definitiva della forza costrittiva dei karman,
diviene l’oggetto della speculazione filosofica indiana. Tutto diviene
problematico, ogni credenza viene posta in discussione.Le
vie di salvezza, proposte da scuole filosofiche e da sette religiose, si
moltiplicano. Quale di esse dà sicuramente la liberazione?
Anche la casta brahmanica,
adeguandosi alle esigenze spirituali del momento, propone la sua via: ogni
uomo, se compie perfettamente il sacrificio interiore (e non più soltanto
quello rituale), se cioè arriva a realizzare per esperienza personale
l’identità del "sé" con l’Assoluto, può evadere dal samsâra.
Ma quanti possono e sanno realizzare tale identità? Ma, poi, tale identità
è effettivamente realizzabile? Ammesso che lo sia: chi può affermare con
certezza di aver raggiunto l’Assoluto e di essere così sfuggito alle
vicissitudini delle esistenze cicliche?
Tali problemi spirituali percorsero
l’India, allorché a Kapilavastu, nel Nepal, nacque Siddharta Gautama (o
Gotama), il futuro Buddha.
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