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Aggiornato il: 23/01/2010
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Filosofia

India al Tempo del Buddha

Tra il VIII e il V secolo a.C. l’India attraversò una profonda crisi religiosa. Due forze, diverse nella loro origine e nella loro natura, concordavano nello scuotere l’antico tronco del Brahmanesimo: la rivoluzione dottrinale capeggiata dagli Ksatriya e la pressione dei culti e delle credenze popolari, che aspiravano a ricevere il crisma dell’ortodossia da parte dell’aristocratica religione ufficiale. Gli Ksatriya opponevano alla dottrina del Brahman, forza universale indefinita e indefinibile, la meditazione d’una realtà più immediata, il "sé", l’Atman, e contro lo strapotere ritualistico della casta sacerdotale, che aveva distorto in atto di magia l’azione sacrificale, cercavano nell’interiorità di ciascuno l’alimento e la radice stessa della vita religiosa.

La casta brahmanica riuscì a conciliare la dottrina del Brahman con quella dell’Atman, identificando l’Assoluto nel Brahman-Atman, ma questa identificazione diede nuove dimensioni al problema escatologico:

Se, nella sua essenza, l’Atman è identico al Brahman, perché se ne distacca, diventando così principio vitale dell’individuo? E in quanto principio vitale dell’individuo, che cos’è l’Atman? Quale ne è il destino dopo la morte? Si afferma che l’Atman individuale tende naturalmente a ricongiungersi al Brahman, dal quale ha avuto origine; ebbene, dopo la morte, l’Atman realizza sempre questo ricongiungimento? E lo realizza sempre, come si spiega il sorgere di nuove vite? Se non sempre lo realizza, se anzi la maggior parte degli Atman individuali resta incatenata alla realtà fenomenica, che cosa li tiene lontano dal loro scopo finale? Quale forza li spinge a dar origine a nuove vite?

Le risposte a questi interrogativi furono trovate nell’antichissima credenza non ariana del samsâra, il ciclo senza fine delle nascite, delle morti e delle rinascite. La forza che incatena l’Atman al samsâra è il karman, l’effetto di ogni atto, di ogni pensiero, buono o cattivo, consapevole e inconsapevole, di cui l’individuo deve rendere conto. Solo dopo l’estinzione dei karman l’anima può evadere dal ciclo delle rinascite.

Le leggi del karman e del samsâra entrano, così, nel credo dei Brahmanesimo accanto all’accettazione dell’autorità dei Veda e del sistema sociale delle caste. Intanto una grande rivoluzione è avvenuta: il centro di gravità della religione indiana si è spostato da Dio all’uomo. Di conseguenza, le preoccupazioni metafisiche vengono sommerse da quelle escatologiche. Mentre il divino sfuma nelle astrattezze del Brahman-Atman, s’impone con drammatica urgenza il problema del dolore, della sofferenza e del destino individuale dell’uomo. La vita è dolore, e questo dolore si rinnova infinitamente nelle successive rinascite. Di qui l’aspirazione a spezzare il cerchio dei samsâra. La ricerca d’una via di salvezza, che assicuri la liberazione definitiva della forza costrittiva dei karman, diviene l’oggetto della speculazione filosofica indiana. Tutto diviene problematico, ogni credenza viene posta in discussione.Le vie di salvezza, proposte da scuole filosofiche e da sette religiose, si moltiplicano. Quale di esse dà sicuramente la liberazione?

Anche la casta brahmanica, adeguandosi alle esigenze spirituali del momento, propone la sua via: ogni uomo, se compie perfettamente il sacrificio interiore (e non più soltanto quello rituale), se cioè arriva a realizzare per esperienza personale l’identità del "sé" con l’Assoluto, può evadere dal samsâra. Ma quanti possono e sanno realizzare tale identità? Ma, poi, tale identità è effettivamente realizzabile? Ammesso che lo sia: chi può affermare con certezza di aver raggiunto l’Assoluto e di essere così sfuggito alle vicissitudini delle esistenze cicliche?

Tali problemi spirituali percorsero l’India, allorché a Kapilavastu, nel Nepal, nacque Siddharta Gautama (o Gotama), il futuro Buddha.

 
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